Una cosa che mi ha sempre dato fastidio, riguardo a patch e live set, è quanto spesso il passaggio da un suono all’altro risulti troppo brusco.
Il cambio in sé funziona, ma la transizione no: è evidente, secca, e spesso rompe il flusso del brano.

Molte tastiere risolvono questo problema introducendo una funzionalità che permette di mantenere i tasti premuti o il sustain pedal attivo sul primo suono anche dopo aver cambiato patch o live set, facendo entrare i nuovi suoni solo alla nota o all’accordo successivo.

Questo aiuta, ma non risolve del tutto la questione.
Passare, per esempio, da un piano aggressivo a una sezione archi resta comunque molto evidente: non c’è una vera transizione, solo una sostituzione.

Un approccio che a volte utilizzo è farmi “sostenere” dalla band: abbasso gradualmente il volume della prima patch, cambio suono quando è ormai al minimo, e poi rialzo il nuovo suono.
Funziona, ma solo se c’è abbastanza tempo per farlo in modo davvero smooth. Non sempre è possibile.

Il punto è che, qualsiasi metodo si utilizzi, secondo me la cosa più importante è trovare il momento giusto.
Quel momento in cui il cambio è atteso, quasi naturale, e non arriva dal nulla a confondere l’ascoltatore.

Ma come si trova il momento giusto?

Da quello che ho vissuto finora, cambia molto da canzone a canzone.
Spesso il momento perfetto è alla fine di un ritornello, quando l’energia cala per tornare alla strofa. In questi casi però bisogna fare attenzione: l’energia va mantenuta fino all’ultimo istante del ritornello, altrimenti si rischia di spezzare completamente il momentum.

Qui entra in gioco l’importanza dell’immediatezza.
Le stage keyboard fanno esattamente questo: con un solo pulsante cambiano suoni, livelli ed effetti nel tempo di un click. Ed è anche per questo che mi piace avere controlli fisici sempre a portata di mano, come sulla Yamaha CK.

Nei casi più semplici, invece, spesso basta lavorare all’interno dello stesso live set: usare due layer, magari anche con uno split della tastiera, permette di far convivere i due suoni per qualche istante prima di passare definitivamente al secondo.

Aiuta molto anche un’altra cosa, forse meno ovvia: suonare meno.
Abituare l’ascoltatore a momenti con più spazio rende molto più semplice gestire volumi e dinamiche, e consente di cambiare suono in modo naturale, senza creare strappi evidenti.


Avere consapevolezza dei propri suoni significa anche saperli usare con misura.
A volte farli sentire di meno, suonare di meno e appoggiarsi alla dinamica del brano è il modo migliore per rendere un cambio davvero efficace.